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A Milano nella cornice del prestigioso CityLife Business & Shopping District, Huawei dà vita al suo primo negozio monomarca in Europa. Huawei Experience Store è progettato e realizzato nel nostro paese, la location si candida come punto di riferimento per vivere la propria passione per la tecnologia, ma non solo.

Il team del Huawei Experience Store offre una vasta scelta di corsi gratuiti seguiti da esperti dei diversi settori per far dar modo di provare “sul campo” i device del brand. Tra queste experience, anche una dedicata ai runner, la Fast Crew che prevede sessioni di corsa e allenamento con Athletic Élite, gruppo di atleti a disposizione per raggiungere diversi obiettivi di allenamento, tracciati e analizzati tramite il tracker Band 2 Pro.

Oltre ai corsi, gli esperti offrono consulenza personalizzata per i prodotti della gamma e riguardo alle più recenti tecnologie.

(I corsi sono prenotabili allo store o dal sito: www.huaweiexperiencestore.com)

All’inaugurazione dello store, abbiamo incontrato Ettore Patriarca, Marketing Director Huawei Consumer BG. Maratoneta per passione e necessità, il manager del colosso cinese ha le idee chiare sul futuro del mercato della telefonia e il ruolo della sua azienda.

Da quanto lavori in Huawei?

Da marzo 2012. L’azienda ha 30 anni, ma abbiamo iniziato il business nella telefonia a marchio Huawei poco prima che io arrivassi, nel 2011, inizialmente con le chiavette Wi-Fi router e poi con smartphone, tablet e wearable. Prima ho lavorato in Peugeot, Sony Ericsson e Coca Cola, ho fatto esperienza in tre mercati diversi, con tre diversi tipi di culture di business, ma in prevalenza ho lavorato nel mondo della tecnologia, Huawei è stata la mia prima esperienza con un’azienda cinese.

Come è stato l’impatto con la cultura cinese del lavoro?

Nuovo e unico. La loro è una cultura manageriale diversa dalle altre. Come Huawei, ma più in generale in Cina sul lavoro sentono molto forti dei valori come la dedizione, l’orientamento al risultato, la concentrazione sul lavoro, quelli che sono anche degli asset importanti per l’azienda, al punto che il motto è “make it possibile”, nel senso rendi possibili i tuoi sogni. L’impatto con Huawei per me è stato forte dal punto di vista culturale, ma soprattutto perché quando io sono arrivato la mia divisione era una sorta di start-up, non ci sono stati passaggi di consegne, dovevo cominciare da zero, nessun team di marketing presente, solo sei persone in tutta la divisione. È stato come avere tutti i tasselli di un puzzle di cui si è persa la scatola ed è necessario capire come procedere. Avevamo l’autonomia e le possibilità tipiche delle start-up e anche poca gerarchia, unite alla solidità di una azienda presente sul mercato da diversi anni. Ora siamo più strutturati come personale e come marketing dell’azienda, ci siamo evoluti insieme. L’azienda Huawei, il nostro management, la Cina in generale hanno la capacità d’assorbire molto le informazioni e crescere velocemente. La capacità d’elaborazione non solo dei nostri processori, ma anche della nostra esperienza manageriale è importante.

Come è stato l’impatto con la telefonia?

È un mondo molto verticale, l’innovazione è molto spinta e si porta dietro anche la creazione di concetti di marketing da portare all’utente finale, far capire quale beneficio può avere l’utente dai nuovi prodotti, da migliorie riguardanti per esempio la fotocamera o il design. L’innovazione tecnologica non è fine a se stessa, ma deve avere un beneficio e noi dobbiamo spiegarlo, questa per me è stata una cosa nuova.

Come è cambiata l’azienda in questi anni?

Come dicevo, l’azienda ha acquisto le comprensione delle dinamiche consumer con grande velocità, nonostante la nascita nel B2B come realizzazione di reti per gli operatori. Poi a mio parere è stata molto brava ad applicare questa grande conoscenza per quanto riguarda la le reti, alla realizzazione dei dispositivi mobile. Rispetto agli altri big della telefonia, Huawei è l’unica che realizza sia le reti, sia i device, riusciamo quindi ad ottimizzare l’elaborazione del processore e la comunicazione tra il telefono e le reti.

Nel tuo ruolo, riesci ad informarti e tenere il passo con sviluppo ultrarapido della tecnologia?

Non è assolutamente facile, per fortuna noi siamo un’azienda di 180.000 persone, ma esiste un’ottima organizzazione e molta trasparenza, in questo modo riusciamo ad entrare in contatto con tutte le informazioni e le nuove tecnologie che vengono applicate. Grazie anche ad incontri in Cina, videoconferenze e altro, c’è molta comunicazione all’interno dell’azienda. Io stesso vado nel Sol Levante un paio di volte l’anno, riesco a parlare molto bene inglese con loro anche se non parlo cinese.

Quando è importante il design?

Il design è una delle motivazioni più importanti per cui una persona acquista un cellulare, è così un po’ in tutto il mondo, ma ancora di più in Italia. Per questo noi abbiamo riposto molta attenzione a questo aspetto, abbiamo aperto un design center a Parigi, come dicevo siamo un’azienda molto veloce nelle risposte. Quando abbiamo capito di dover andare incontro ai gusti di un pubblico latino ed europeo, abbiamo aperto il design center per meglio raccogliere l’input dei paesi europei.

Quanto è importante per voi il mercato dello sport?

È molto diretto il collegamento tra noi e lo sport. Da un paio d’anni abbiamo presentato la serie dei wearable con il Watch, che oltre ad essere un orologio si sincronizza con lo smartphone, quindi anche se molti di noi corrono con lo smartphone al braccio, in questo modo è possibile gestire le chiamate, ricevere degli avvisi o le informazioni sull’attività direttamente dal polso. Con il Watch 2 il mondo di riferimento è quello dello sport e del fitness, da un anno e mezzo abbiamo presentato il primo device wearable, e pensiamo di presentare prodotti che vanno in questa direzione un paio di volte l’anno. Io stesso corro e mi trovo bene con questo tipo di prodotti, ho corso la maratona di Roma con il Watch 2, il Gps era preciso nella rilevazione, nonostante il meteo avverso.

Che sport pratichi?

Sono passato dal calcio al running per vari motivi. Mi ha preso molto di recente la passione per la corsa, ma in ogni caso con il mio lavoro ho meno tempo per giocare a calcio, organizzare delle partite è complicato, la corsa è più semplice da gestire, posso correre dove voglio e quando voglio, anche da solo. Ho iniziato a correre regolarmente dal 2012, possiamo dire che il mio ingresso nel mondo della corsa è coinciso con quello in Huawei, questo oltre alla nascita del mio secondo figlio, mi ha fatto preferire la corsa.

Come vedi il discorso charity legato al running in Italia?

Noi abbiamo partecipato come sponsor alla EA7 Milano Marathon lo scorso aprile e avevamo una nostra staffetta legata appunto alla charity. In generale è stata un’esperienza positiva, questo contesto ha valori molto positivi, in particolare in Italia vedo la possibilità di coinvolgere ancora di più i podisti sul fronte della beneficenza, come succede per esempio in occasione della Maratona di Parigi. Ho visto comunque grossi passi in avanti dal punto di vista organizzativo e riguardo a come è stata vista la nostra azienda, non come il classico sponsor, ma con più coinvolgimento. Credo che sul terreno della charity in Italia ci sia ancora molto da fare.

Come comunicate tramite i social media? Lavorate con degli influencer?

L’azienda utilizza i social per comunicare con il cliente, a mio parere se questo processo di comunicazione diventa un comunicato stampa si perde l’interazione e la fiducia. Quello che cerchiamo di fare è non parlare solo di noi stessi, ma al cliente e con il cliente, il valore aggiunto dei social è proprio il vantaggio di essere con altre persone. Privilegiamo Facebook e Instagram, da poco abbiamo aperto anche Linkedin, non solo per il B2B. L’Italia è stata una delle prime nazioni in cui Huawei ha aperto canali social a livello locale.

Con gli influencer abbiamo iniziato a lavorare nel 2013, poi il contesto si è un po’ evoluto, prima eravamo tutti pionieri, ora c’è un’evoluzione anche per come si disciplina questo tipo di rapporto, è diventato molto più delicato. Io credo che tutti siamo influencer, il nome stesso fosse è anacronistico, il rischio da evitare è quello d’utilizzare gli influencer come testimonial. I testimonial esistono da una vita, e nel nostro caso sono i personaggi famosi che si fanno vedere in pubblico con il nostro telefono.

Le sfide per il futuro di Huawei?

L’entrata nel mondo del PC, stiamo finalizzando il percorso multi screen dell’utente, l’utente ha diversi dispositivi con cui accede ai contenuti e vogliamo essere sempre presenti. Siamo intenzionati a portare sempre più innovazione nella tecnologia, stiamo già facendo un buon lavoro per quanto riguarda le reti, ma un domani vogliamo essere protagonisti anche per l’ecosistema che esiste attorno alle reti. In Italia l’obiettivo è passare da secondi come marketshare nella telefonia al primo posto.

Lino Garbellini